Benoit Paillé was born in Trois-Rivières in Québec, Canada and now lives in Montreal.


Hi there, after a few days of “silence” here I am again. This time I am presenting you a very interesting conceptual project…enjoy!

Dopo qualche giorno di silenzio eccomi di nuovo con un interessante progetto concettuale da condividere con voi…enjoy!

All Images Copyright © Benoit Paillé – Published with permission of the author.

This series germinated in my head during the Christmas season. I pictured myself hanging out decorations in weird places. My first experiment was a string of 100 Christmas lights of one metre square. I started shooting this light installation in the nearby forest, and I realised that I would use this method to investigate the notion of landscape. I later changed the installation into a light plastic square, 1x1m per 5cm, holding 300 LED lights linked to a dimmer. I hung it using fishing lines tied to trees. The exposure times for these images vary from 30 seconds to 4 minutes.

Questa serie ha iniziato a girarmi per la testa durante il periodi di Natale. Immaginavo di appendendere decorazioni natalizie in luoghi strani. Il primo esperimento lo feci con una corda di 100 lucine natalizie di un metro quadrato; ho iniziato a scattare con quell’installazione di luci nella foresta ed ho poi realizzato che avrei potuto utilizare quel metodo per approfondire in qualche modo la nozione di paesaggio. Ho poi cambiato l’installazione  con un quadrato luminoso, 1×1 mt. per 5 cm, fornito di 300 luci LED collegate ad un regolatore d’intensità. L’ho appeso ai rami degli alberi utilizzando fili da pesca. L’esposizione di queste immagini varia dai 30 secondi ai 4 minuti.

I was interested in the introduction of a man-made object in an outdoor setting, a luminous square, a human element that forms a relationship with nature and helps it to be reborn. From this I feel a kind of poetry blossoms, linked to the presence of this regular shape, like a recurrent canvas that symbolically references creation, the blank page, the empty space that needs to be inhabited. At the heart of this project was also the desire to be highly respectful of the original physical landscape, disturbing it as little as possible with the installation. As there is no post production in these images, I was careful not to leave any footprints around the square, so as to maximise the relationship between the artefact and the night space.

Quello che mi interessava era introdurre un oggetto artificiale in un ambiente all’aperto, un quadrato luminoso, un elemento umano che instaura un rapporto con la natura e che la aiuta a rinascere. In tutto questo ci vedo qualcosa di poetico legato alla presenza della forma regolare, che costantemente appare come una tela bianca e che si riferisce alla creazione, alla pagina bianca, allo spazio vuoto ed al bisogno di essere inabitato. Al centro di questo progetto c’è stato anche il desiderio di rispettare il paesaggio originale, disturbandolo il meno possibile con le installazioni. Dal momento in cui non c’è post-produzione in queste immagini, sono stato attento a non lasciare nessuna traccia di passi intorno al quadrato, in modo di massimizzare la relazione tra l’artefatto e lo spazio notturno.

I think that photography doesn’t represent reality, but creates it. In this project, a concrete form is integrated to the landscape and paradoxically gives to the image a surreal aspect. The whole thing is done in an empirical way, and is guided by a formal research both obsessive and demanding. These alternative landscapes offer a new reading of the potential nature of landscape, of its conventional forms and its given beauty, simplicity or magnificence. My approach towards landscape is to incorporate a poetical component that will trigger an emotional response linked to the form and the light. I wanted to create something that wasn’t really a landscape but rather something engineered, so as to move the viewer in a different way. I experimented with this method in many locations and this global perspective, the presence of a complete series of images, adds weight to this artificial form that  lights up, subdues and transforms the original landscape.

Penso che la fotografia non rappresenti la realtà, al contrario, penso che essa la crei. In questo progetto la forma concreta (reale) integrata con il paesaggio, dona paradossalmente un aspetto surreale alle immagini. Tutto è stato fatto in maniera empirica, guidato da una ricerca formale ossesiva ed impegnativa. Questi paesaggi alternativi offrono una nuova lettura della potenziale natura del paesaggio, delle sue forme convenzionali e della sua bellezza, semplicità e magnificenza. Il mio approccio attraverso il paesaggio è di inserire una componente poetica che farà scattare una risposta emozionale legata alla forma ed alla luce. Volevo creare qualcosa che non fosse esattamente un paesaggio ma che fosse anche un qualcosa di ingegneristico, per portare l’osservatore in una strada differente. Ho sperimentato questo metodo in tanti luoghi e questa prospettiva globale, con la presenza di una serie completa di immagini, aggiunge peso a questa forma artificiale di illuminare, trasformando il paesaggio originale.

Exhibiting this series, I wish to change this luminous object into a design object. The images will be printed in large format and framed in a light box, which will link them to the original light square. In the middle of the room, I will build a space out of black drapes, within which I will put the square object itself. By recreating the installation, I hope to allow the viewer to be in a relationship with it themselves and to feel moved by its intrinsic form.

Con questa serie vorrei trasformare l’oggetto luminoso in un oggetto di design. Le immagini saranno stampate in grande formato e incorniciate da un ‘light box’ che le ricollegherà al quadrato luminoso originale. Al centro della stanza, costruirò uno spazio fatto con tende nere all’interno del quale posizionerò il quadrato di luce. Rievocando così l’installazione, spero di permettere all’osservatore di mettersi in relazione con se stesso e di farlo sentire coinvolto con questa forma intrinseca.

Pétur Thomsen was born in 1973 in Reykjavík, Iceland and now lives and works in Sólheimar, Iceland. He is represented by CAMARA OSCURA in Madrid, Spain.


All Images Copyright © Pétur Thomsen – Published with permission of the author.

In the year 2003 The National Power Company of Iceland started the building of the 700 MW Kárahnjúkar Hydroelectric Project in eastern Iceland. The project consists of three dams, one of them being the highest in Europe, and a hydroelectric power plant. The dams block among others the big glacial river Jökulá á Dal, creating the 57km2 artificial lake Hálslón. The Power plant is primarily being constructed to supply electricity to a new Aluminum smelter built by Alcoa of USA in the fjord of Reyðarfjörður on the east coast of Iceland.

Nel 2003 la Compagnia Energetica Nazionale dell’Islanda ha iniziato la costruzione del Kárahnjúkar Hydroelectri, un progetto da da 700 MW (Megawatt) nella parte Est dell’Islanda. Il progetto consiste in tre dighe, una delle quali sarà la più alta d’Europa, ed una centrale idroelettrica. Le dighe bloccano tra gli altri il grande fiume Jökulá á Dal, creando il lago artificiale Hálslón di 57 km quadrati. La centrale è stata realizzata principalmente per la fornitura di energia elettrica di una nuova fonderia di alluminio costruita dall’azienza americana Alcoa, nel fiordo di Reyðarfjörður sulla costa orientale dell’Islanda.

The artificial lake and the constructions have spoiled the biggest wild nature in Europe. Making the Kárahnjúkar project, not only the biggest project in Icelandic history, but also the most controversial one. There have been a lot of debates about this project. Environmentalists are fighting for the preservation of the wild nature while those supporting the project talk about the need to use the energy the nature has to offer. The best way for me to participate in the debate was to follow the land in its transformation. Since the beginning of the project in 2003, I went regularly to the construction site,
taking landscape photographs, showing Icelandic contemporary landscape.

Il lago artificiale e le costruzioni hanno deturpato la natura selvaggia più grande d’Europa. Kárahnjúkar è infatti non solo il più grande progetto nella storia islandese, ma anche il più controverso. Ci sono state tante discussioni riguardo questo progetto. Gli ambientalisti si battono per la conservazione della natura selvaggia, mentre coloro che sostengono il progetto parlano della necessità di utilizzare l’energia che la natura ha da offrire. Il modo migliore per me di partecipare al dibattito è stato di seguire la terra nella sua trasformazione. Fin dall’inizio del progetto nel 2003, sono andato regolarmente al cantiere a scattare fotografie di paesaggio, mostrando il paesaggio islandese contemporaneo.

Christina Seely is a photographer and educator based in the San Francisco Bay area.


Today’s project is called “Lux” (Light) and is a documentation of the artificial glow produced by major cities in the three brightest regions of the world (North America, Europe and Asia) as seen in the NASA maps of the world by night. These are very suggestive images; the long exposures provide us with scenes where the main role belongs to the silent but brutal intervention of man over nature. Everything seems still and distant as if for a second we would have moved away to look at what we have done from the height. This is what Christine Seely, the author, tells us about her work: “My ideas draw from the ever-changing tension between our way of life and the natural environment. In a time when it is argued that no aspect of nature is unaffected by human impact, my work reflects on a lifestyle that fosters an intense need to control nature while existing in an increasingly delicate balance with its resources and rhythms. I am interested in the dialectic between surface documentation of the photograph and the complex reality that lies beyond that surface -how beauty can suggest the simple and ideal while both subtly reflecting and obscuring a darker more complicated truth.”

Il progetto di oggi è intitolato “Lux” (Luce) ed è una documentazione dello strato di luce artificiale che sovrasta le città più grandi delle tre zone più luminose del mondo (Europa, Stati Uniti e Asia) visti come dalle mappe notturne della NASA. Sono immagini molto suggestive; le lunghe esposizioni della macchina fotografica ci restituiscono immagini il cui protagonista è il silenzioso intervento dell’uomo sulla natura. Sembra tutto immobile e la visione è distante, come se per un attimo ci fossimo allontanati dal nostro mondo per guardare dall’alto ciò che abbiamo costruito. Questo è quanto ci racconta Christine del suo progetto: “Le mie idee attingono dalla mutevole tensione tra il nostro modo di vivere e l’ambiente naturale. In un tempo in cui si è sostenuto che nessun aspetto della natura fosse influenzato dall’impatto umano, il mio lavoro riflette su di uno stile di vita che favorisce l’intenso bisogno di controllare la natura mentre viviamo in un equilibrio sempre più delicato con le sue risorse e i suoi ritmi. Mi interessa la dialettica tra la documentazione della fotografia e la complessa realtà che si trova oltre di essa – come la bellezza può suggerire la semplicità e l’ideale mentre entrambi sottilmente riflettono e oscuranno una verità più scura e complicata.”


All Images Copyright © Christina Seely – Published with permission of the author.

Luigi Ghirri was born in Scandiano in 1943 and died in Roncocesi in 1992.


Luigi Ghirri, who passed away already twenty years ago, is still today one of the most appreciated Italian contemporary artists. He was not only a photographer but in general a big man of culture. His bibliography is quite extensive; his first texts on photography date back to 1973 and have been put toghether with many other texts of his (articles, introduction to his photographic shows, etc) in a book called Niente di antico sotto il sole (Nothing ancient under the sun) (1997). Ghirri had a very special sensitivity when it came to talk about the human being and his surroundings. In a text of 1984 he affirms “Beyond the description and ilustration purpose of photography, it is a way of observing and depicting places, objects, the faces of our time; but not just to define and classify them, but to discover and construct immages which then become new possibilities of perception”. In regards to his immages, his landscapes are sort of floating in the air, not realistic, kind of methaphysic, lacking the physical human presence but not the effect of human intervention. He left behind a huge legacy of poetic immages and a hefty documentation of the Emilia Romagna, the Pianura Padana and of Italy as a whole. Ghirri was definitely an avanguard artist, one of the few Italians from the 70’s and the 80’s who was up there at the same pace and speed with the most meaninful artistic American and European currents. Today many people is shooting under his style and under his inspiration (conscious or unconsciously). Today I felt like making a small tribute to this great Italian artist. Enjoy!

PS Next week is the opening of the “Les Rencontres d’Arles” (at Arles, Provence, France), one of the greatest photographic events of the year worldwide. Luckily I will be there, hope to see you there as well!

Luigi Ghirri, scomparso ormai da venti anni, rimane tuttoggi uno degli artisti italiani più stimati. Non è stato solo un fotografo, ma anche un grande uomo di cultura. La sua bibliografia è molto lunga; i suoi primi scritti sulla fotografia risalgono al 1973 e sono raccolti insieme a tutti gli altri redatti come introduzioni ai suoi lavori fotografici, presentazioni di mostre ed articoli su quotidiani nel bel libro Niente di antico sotto il sole, Ed. SEI 1997. Aveva una sensibilità molto particolare nel trattare il tema del rapporto tra uomo e ambiente che lo circonda. In uno scritto del 1984 afferma: “Al di là degli intenti descrittivi ed illustrativi, la fotografia si configura così come un metodo per guardare e raffigurare i luoghi, gli oggetti, i volti del nostro tempo, non per catalogarli o definirli, ma per scoprire e costruire immagini che siano nuove possibilità di percezione”. Per quanto riguarda le sue fotografie invece, i suoi paesaggi sono quasi sempre sospesi, non realistici, per certi versi metafisici, spesso privi di figure umane ma mai privi dell’intervento dell’uomo sul paesaggio. Ci ha lasciato in eredità una meravigliosa poetica dell’immagine e una corposa documentazione della sua Emilia Romagna, sulla Pianura Padana e sull’Italia tutta. Ghirri è stato un artista all’avanguardia, uno dei pochi italiani che negli anni ‘70 e ’80 è stato al passo con le più vaste e ‘libere’ correnti artistiche europee e americane. Oggi sono tanti a fotografare sotto l’ispirazione del suo grande lavoro, e voglio anche io oggi rendergli un piccolo omaggio.
PS: Vi ricordo che la prossima settimana inizia “Les Rencontres d’Arles”, ad Arle, (Provenza – Francia). E’ il festival della fotografia più importante d’Europa, io ci sarò, spero di incorntrarvi là…


All Images Copyright © Luigi Ghirri

Olivo Barbieri was born in Carpi in 1954. He is an Italian artist and photographer of urban environments. He is represented by the Yancey Richardson Gallery of New York.

For those in Italy until July 28th, I strongly reccomend not to miss the opportunity to visit the beautiful exhibition of the artist at the Galleria Massimo Minini at Brescia.

Fino al 28 luglio, consiglio a chi si trova in Italia, di andare a vedere la bellissima esposizione dell’artista alla Galleria Massimo Minini di Brescia.


Since the end of the 70’s with his project “Flipper” (Pinball machines), Olivo Barbieri has been considered worldwide as one of the great and most innovative Italian contemporary photographers. Amongst many other things, he was one of the ones to start working with the aerial tilt-shift technique, one that gives the impression of being watching miniatures as oppossed to real life, large scale landscapes. This technique simulates the effect of the depth of field of the macro photography. By tilting the lens angle respective to the rear surface of the camera you creat a gradual defocusing in the edges of the picture. Barbieri has used this technique to photograph more than 30 cities or places all over the world. His research focuses on the topic of virtual versus real, of vision versus representation, of mutating versus static nature of the places. On his own words: “I believe places are always being modified, always changing form, always changing dimensional relations. This gives the hope to always learn or realize that in that place there might be much more or very different than what we saw before, there is always something else…The different experiences I have lived have made me understand there is different ways of living, of building cities, of planning our way of spending our time on earth. We have always considered the world as something definite, that has always been, that will always be. I have understood it is not so”. Today I am proudly featuring Barbieri’s “site specific_JORDAN 04”. Enjoy!

Sin dalla fine degli anni ’70 con il progetto “Flipper”, Olivo Barbieri è stato e continua ad essere uno dei più innovativi fotografi contemporanei italiani, che con le sue opere ha ampiamente svalicato i confini nazionali. Successivamente, è stato il primo ad incentrare una ricerca sui “tilt and shift” aerei, una tecnica fotografica che ritrae paesaggi reali dall’alto facendoli apparire come plastici o miniature. Questa tecnica simula la profondità di campo della fotografia macro: si inclina l’angolo della lente sul piano posteriore della fotocamera e si crea così una sfocatura graduale nella parte superiore e nei bordi inferiori (o nei bordi sinistro e destro) dell’immagine ripresa. Barbieri ha fotografato con questa tecnica più di trenta città o luoghi del mondo. La sua ricerca si concentra sui temi del reale e del virtuale, della visione e della rappresentazione, della staticità e della mutevolezza dei luoghi. E’ l’autore stesso che ci dice: “Credo che i luoghi si modifichino, cambino di forma, cambino i rapporti dimensionali. Questo dà la speranza di imparare ancora, di vedere che in quel luogo, effettivamente, non c’è tutto quello che credevi ci fosse, ma c’è anche altro. (…) Le diverse esperienze vissute mi hanno portato a capire che ci sono diversi modi di vivere, di costruire città, di progettare un modo di stare sulla terra. Noi abbiamo sempre creduto che il mondo fosse definitivo, che ci fosse sempre stato e che sempre ci sarà. Ho capito che non è vero”. Oggi ripropongo qui “site specific_JORDAN 04”. Enjoy


All Images Copyright © Olivo Barbieri – Published with permission of the author

Meike Nixdorf, born 1976 in Mainz, Germany, is a Berlin based photographer and artist.


The question about perspective can be extrapolated to many if not all the aspects of our lives since it has to do with our own perception of things. Meike Nixdorf has used the famous volcano El Tide (in Tenerife, in the Canary Islands) to move forward in her own research. Her landscapes are incredibly beautiful and this is what she has to say about her project: “In the Orbit of El Teide”, 2010-2011, is a visual and psychological approach to the notion of the perspective. Since my 2009 project, “The Point of View”, I have been looking at various aspects of the viewing process and, consequently, decision making in photography, in terms of the perspective and, even more so, the framing. I’ have also been examining the consequences these processes have on the way we perceive specific places by showing them each in multiple, but very similar views.“ In the Orbit of El Teide” now focuses on the question of what can be seen, or how much information can be gathered, from only one single point of view, versus the information, visual or abstract, one could gather by orbiting an object, question or focus point. In this way, two different points of view of the same subject matter could differ in their look or feel tremendously, and might not even be recognized as the same subject matter anymore. Like pieces in a puzzle, every image from “In the Orbit of El Teide” holds different visual aspects of the same subject, in this case the mountain El Teide. But other than a piece in a puzzle, each image appears to strongly stand on its own.  And it is only through looking at these images one-by-one that one realizes how much more information, visual aspects, perspectives or stories-to-be-told there are to just one single mountain—or to any subject matter, basically.” Enjoy.

La questione della prospettiva è estendibile in tanti ambiti della nostra vita, se non addirittura in tutti, dato che riguarda precisamente la notra percezione delle cose. Meike Nixdorf  ha utilizzato il famoso vulcano di Tenerife per portare avanti la sua ricerca. I suoi paesaggi sono bellissimi e questo è quanto ci racconta sul suo progetto:  “In the Orbit of El Teide”, 2010-2011, è un approccio visuale e psicologico alla nozione di prospettiva. Sin dal 2009 con il mio progetto “The point of wiew” (Il punto di vista), ho ricercato vari aspetti del processo visivo che, in fotografia, ho tradotto in termini di prospettiva e inquadratura. Ho anche esaminato le conseguenze che questi processi hanno nel modo di percepire specifici luoghi, mostrati in molteplici ma similari visioni. “In the orbit of El Teide” si concentra sulla questione di ‘cosa può essere visto’ e sulla quantità di informazione che può essere raccolta da un unico punto di vista, contro l’informazione, visiva o astratta, che si potrebbe raccogliere orbitando intorno ad un oggetto, ad una domanda od un punto di messa a fuoco. In questo modo, due punti di vista di uno stesso soggetto potrebbero fare apparire lo stesso, estremamente differente sia nell’aspetto che nel sentimento, al punto da non essere più riconosciuto come lo stesso oggetto. Come pezzi in un puzzle, ogni imagine di “In the orbit of El Teide” contiene diversi aspetti visivi dello stesso soggetto, in questo caso la montagna El Teide; ma diversamente dai pezzi di un puzzle, ogni immagine sembra vivere da sola. E’ solo guardando queste immagini una per una che ci si rende conto di quante informazioni, aspetti visivi, prospettive o storie raccontate coesisoto in una sola montagna — o fondamentalmente, in qualsiasi cosa.” Enjoy.


All Images Copyright © Meike Nixdorf – Published with permission of the author.

Sonja Braas was born in Siegen, Germany. She lives and works in New York.


Last weekend I was at Fano, in the Adriatic coast of Italy, attending a photography event called “Nella propria stanza” (“In your own room”), organized by a nice group of passionate people called Centrale Fotografia. During the event there were different talks about work developed in the artist’s own space and about magical realities built from scratch on tabletops (see my previous postings on Paolo Ventura -who was a guest speaker at Fano- and on Lori Nix). Today I would like to add another name to the list of artist who follow this fascinating style if we can call it so. Sonja Braas, differently from the above-mentioned artists, focuses on the mighty power of nature, and she makes it in such an splendid way that it becomes completly irrelevant that hers are small scale reproductions. There is something beyond one’s grasp in her immages that reminds me of certain litterary passages of Giacomo Leopardi. As a matter of fact Sonja presents to us a sublime nature, almost romantic (in the historic sense of the term) that drags us to reflect of terms like infinite, immense and absolute. Too difficult and ambitious for me to try to go deeper into these thoughts here. Better enjoy her beautiful work which, for the curiosity of those technique freaks, was made all in film. Enjoy

Questo week-end sono stata a Fano in occasione dell’evento “Nella propria stanza” organizzato da un bel gruppo di appassionati chiamato Centrale Fotografia, nel quale si discuteva di lavori realizzati in studio e di realtà costruite da zero sopra un tavolo, come nei casi che vi ho già proposto pochi giorni fa di Paolo Ventura (uno degli ospiti dell’evento) e Lori Nix. Oggi voglio aggiungere un altro nome a questo affascinante genere fotografico, sempre che di ‘genere’ si possa parlare. Sonja Braas a differenza dei due nomi citati prima, mette in scena la forza indomabile della natura, e lo fa con una perfezione tale da rendere quasi superfluo il fatto che le sue siano riproduzioni in scala. C’è un qualcosa di inafferrabile nelle sue immagini che mi ricorda certi passaggi letterari di Giacomo Leopardi. Sonja infatti ci presenta una natura sublime, quasi romantica (nel senso storico del temine), che ci fa riflettere sui temi dell’infinito, dell’immenso e dell’assoluto. Troppo complicato ora dilungarmi qui su questo tema. Godetevi il suo lavoro, che (per i curiosi della tecnica) è stato realizzato completamente in analogico. Enjoy.


All Images Copyright © Sonja Braas – Published with permission of the author.


Michael Marten is a photographer from London, and his work “Sea change” is a study of the tides around the coasts of Britain. The center of his project is not only to show how the landscape can change in a few hours, but also how wonderful is the fact that humans do not intervene at all in this process. In fact, in his images, humans are only a piece of the natural cycle dictated by the the moon and the stars: they only show up as the sea retreats to then disappear again when the sea comes back, similar to earthworms that come out from the ground when it’s just about to rain. The author has left aside on purpose that sort of nature photography that has become everytime more focused on the environment, on the effects of globalisation and on how the man is tranforming this planet. He has centered the attention on rediscovering the mighty power of nature itself. I must say that I particularly enjoy the very subtle way in which this message emerges from these images…

Michael Marten è un fotografo londinese e il suo lavoro “Sea change” è uno studio sulle maree intorno le coste della Gran Bretagna. Il punto centrale del suo progetto non è solo mostrare come un pezzo di terra possa cambiare nel giro di poche ore, ma anche quanto sia meraviglioso il fatto che l’uomo non abbia niente a che vedere con questa immensa forza della natura. Infatti, la presenza umana nelle sue immagini fa solo parte del ciclo naturale dettato dagli astri e dalla luna: esce allo scoperto quando il mare si ritira e scompare quando esso ritorna, allo stesso modo di un lombrico che esce da terra quando dal cielo sta per piovere. L’autore ha voluto volontariamente lasciare da parte quel tipo di fotografia naturalistica sempre più incentrata sull’ambiente, sulla globalizzazione e su come l’uomo stia trasformando questo pianeta, per riscoprire il grande potere alla natura stessa. Devo dire che mi piace la maniera sottile di far trapelare da queste immagini il messaggio…


All Images Copyright © Michael Marten

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