Léa Eouzan

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All Images Copyright © Léa Eouzan – Published with permission of the author.

I quote the author: “Three years ago, I started to meditate about the history of Shoah and on the way to cover such a sensitive subject. How could I do some work on this genocide whereas I had no intimate relationship to it? Europe has changed its fate towards another future, which I now belong to. The XXIst century sees the places of memory being changed to entertainment. A first trip put the dangers of link between communicative memory (survivors) and cultural memory (…) that kind of phenomenon could be called “museification” of these symbolic places. Auschwitz is now called a museum.

Di seguito il progetto dell’autrice: “Tre anni fa ho inizia a meditare sulla storia della Shoah e sul modo in cui affrontare un soggetto così sensibile. Come potrei costruire un lavoro su un genocidio con il quale non ho mai avuto nessuna relazione? L’Europa ha cambiato il suo destino verso un altro futuro, al quale ora appartengo. Il XXI secolo ha visto luoghi della memoria trasformarsi in luoghi d’intrattenimento. Un primo viaggio ha posto il pericolo di collegare la memoria comunicativa (quella dei superstiti) e la memoria culturale (…) questo tipo di fenomeno potrebbe essere chiamato “museificazione”, Auschwitz infatti, è oggi un museo.

Itried to identify and to re-present the signs of this process of trivialisation that physically transform this place into a common one: the bar/cafeteria at the entrance, where it is possible to eat eggs or sausages and to drink coffee or beer like in any other pub, the fire extinguishers in plain sight, very casual items becoming really perverse ones in a place where a million people were burned…The choice of frontal framing was forced itself like the strongest way to expose this “normalization”. What is up to be seen? A “No esthetisation” choice is for me the way to emphasize about people’s passiveness in front of the pictures. Is the visitor of Aushwitz an ordinary tourist? But what is it that he has really seen?

Ho provato ad identificare e rappresentare i segni di questo processo di banalizzazione che fisicamente trasforma Auschwitz in un luogo comune: il bar/caffetteria all’entrata, dov’è possibile mangiare uova  e salsiccie e bere caffè e birra come in altri pub; l’estintore, un oggetto molto comune che diventa quasi perverso in un luogo in cui milioni di persone sono state bruciate… La scelta della ripresa frontale è stata dettata dalla volontà di rappresentare il più chiaro possibile questo processo di “normalizzazione”. Cosa dev’essere visto? La scelta di una non-estetizzazione per me è stata un modo per enfatizzare la passività delle persone di fronte alle immagini. Il visitatore di Auschwitz è un turista ordinario? Che cos’ha visto realmente?

Conservation and memory around the idea of museum open the way to “surroundings”. Six kilometres away from the Auschwuitz museum is located the Aushwitz III Monowitz camp. A “low level camp” exploiting prisoners’ workforce in the same locations that the German industrial stations. The industry of the Buna was built during the war, there, in front of Buna, was interned Primo Levi. What are now the remains of this concentration camp belonging to the Aushwitz complex? Some watchtowers, bunkers nearby the road. All the camp is upside-down to receive new industries. The Buna Werke is still there. It is expanding. The signposts show the Auschwitz museum direction.

Conservazione e memoria intorno all’idea di museo aprono la strada ai “dintorni”. Sei km dal museo di Auschwitz si trova il campo di Aushwitz III Monowitz. Un “campo di basso livello” che sfruttava la forza lavoro dei prigionieri nello stesso luogo in cui si trova una stazione industriale tedesca. L’industria di Buna fu costruita durante la guerra, lì, di fronte a Buna, fu internato Primo Levi. Oggi di quel campo di concentramento che apparteneva al complesso di Auschwitz rimangono alcune torri di controllo e bunker lungo la strada. Tutto il campo è sotto sopra per ricevere nuove industrie. La Buna Werke è ancora lì. Si sta espandendo. I cartelli mostrano la direzione di Auschwitz.

Selective amnesia exists elsewhere too. In France “internment camp” – of course, they were not extermination camp such as Auschwitz, “only” concentration camps – were threatening yhe myths taught for many years as history in school textbooks. France would like to forget but it is not really possible as long those places still exist. Sometimes a part of the camp is being transformed into a seaside walkway. Sometimes, there is a monument there, as some kind of alibi. But most of the time they are deserted and abandoned. I had lots of difficulty to take photographs of these places because there are no directions, no indications to find them. Leaving a place into oblivion always begins with the robbing of its identity.

Le amnesie selettive esistono anche in altri luoghi. In Francia gli “internment camp” – certo, non erano campi di sterminio come Auschwitz, ma “solo” campi di concentramento – minacciavano i miti insegnati per molti anni dai libri di storia. La Francia vorrebbe dimenticare, ma non sarà del tutto possibile finché questi luoghi continueranno ad esistere. Parte del campo è stata trasformata in una passerella lungo il mare. Ogni tanto si trova un monumento, quasi fosse un alibi. La maggiorparte della struttura comunque è rimasta deserta ed abbandonata. E’ stato difficile fare fotografie in questi luoghi perché non ci sono indicazioni per trovarli. Lasciare un luogo nell’oblio inizia sempre con il furto della sua identità.

These pictures are not an attempt to document Aushwitz, Monowitz, Chelmek or Rivesaltes, unlike the project that began two years ago, to commemorate historical events. This one rather aims at understanding the impact of these places on contemporary context and getting a glimpse on the present manipulations of History.”

Queste immagini non sono un tentativo di documentare Auschwitz, Monowitz, Chelmek o Rivesaltes, ma sono un progetto iniziato due anni fa, per commemorare eventi storici. Questo piuttosto mira a capire l’impatto di questi luoghi in un contesto contemporaneo e a mostrare uno scorcio su come il presente manipola la storia.”

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2 commenti
    • palook ha detto:

      Grazie Stefano, un saluto a tutti voi! A presto 🙂

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